“L’età indecente” : il libro e l’intervista all’autrice Marida Lombardo Pijola
E’ di pochi giorni fa l’uscita del nuovo libro di Marida Lombardo Pijola, “L’ età indecente” (Edizione Bompiani).
Niccolò è un ragazzino di tredici anni. E si comporta come si comporterebbe un ragazzino di tredici anni… di oggi. Affetto da “nientite” acuta, distante e incomprensibile, emozioni sequestrate dalla Playstation e dal computer, e una madre molesta che “strippa”,”sclera” e che “si evolve come i guerrieri giapponesi”. Una situazione familiare difficile, e così attuale: la madre, Caterina, all’epoca attempata e ormai cinquantatreenne, sempre alle prese con il tempo che passa e con stessa, nonché moglie separata da Filippo, suo marito, padre assente oltre che distratto senza parole e senza sguardo; due genitori che litigano sempre, e poi s’ “impallano” come un pc. Un amore segreto, quello di Camilla per Niccolò e l’indifferenza al contrario di lui verso lei; si un clichè noto a tutte le generazioni. Salvo il desiderio di Niccolò, tra una canna e un’altra, di avere Giulia che è una graziosa tredicenne che la da per soldi nei bagni della scuola; o il voler a tutti i costi entrare con prestazioni da bullo nel branco dei vincenti..
Una fotografia perfetta della distanza che c’è tra genitori e figli. L’età indecente, l’ultimo libro di Marida Lombardo Pijola, già autrice acclamata del fortunato Ho dodici anni, faccio la cubista mi chiamano principessa, indagine scioccante sulla vita segreta di ragazzini e ragazzine.
Un libro che è un quadro attuale di un disastro attuale. La distanza generazionale che è incomunicabiltà dovuta all’ncapacità e al disinteresse a comunicare. Il linguaggio del tredicenne Niccolò, il suo tempo trascorso davanti al pc, all’ ipod, a “bulloneggiare”, sono la fotografia di una realtà non penertrabile da parte di una mamma e un padre, a maggior ragione se, presi da se stessi e dalle loro cose, non hanno nessuna voglia di farlo.
L’età indecente è un libro che induce alla riflessione, ma che riesce perfino a divertire. E Marida Lombardo Pijola ha la rara dote di coniugare leggerezza e serietà. Così, mentre le voci di madre e figlio corrono parallele e sembrano destinate a non incrociarsi mai, il racconto scava e scava in quel vuoto incombente che ormai pervade i genitori e che minaccia i figli, provocando una sorta di analisi di sé, tanto acuta e sofferta da far intravedere la speranza di ritrovarsi.
SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: L’età indecente
INTERVISTA ALL’ AUTRICE Marida Lombardo Pijola ( Fonte: Repubblica.it):
Ancora una volta un libro sull’adolescenza. Perché?
Come si fa a non insistere nel raccontare una deriva che sta diventando sempre più diffusa, più estrema, più precoce, più ordinaria? Una generazione di Peter Pan al contrario, come li ho definiti nel libro precedente, ovvero bimbi o quasi bimbi (allora dai dieci anni, oggi dagli otto), travolti dall’urgenza di travestirsi da piccoli adulti pronti ad esercitare la trasgressione, il bullismo, il sesso occasionale, persino a pagamento, come unità di misura del proprio valore. Portati a usare il proprio corpo come strumento per sperimentare le emozioni più estreme. Frastornati da un flusso continuo di informazioni spesso fuorvianti, immaturi, vulnerabili, incapaci di selezionare. Contagiati da una disaffezione cronica alla vita. Il filo rosso che lega tutto sono gli “attacchi di nientite” di cui saltuariamente si ammala il protagonista del mio libro, Niccolò. E’ il nulla. In questo romanzo, cerco di capire come comincia, perché accade. E soprattutto se esista o meno uno sbocco per restaurare la comunicazione tra figli e genitori. Il corto circuito comincia lì, in famiglia.
Se i figli sono inquieti, i genitori sembrano sempre più inadeguati. E’ così?
Cerco di raccontare una generazione di genitori in bilico su un guado, tra un’organizzazione familiare di tipo ancora ottocentesco, metabolizzata nelle proprie famiglie d’origine, e una rivoluzione sociale radicale, un nuovo millennio che muta alla velocità del web. Madri confuse e strattonate tra i due ruoli, padri-ombra, presenze liquide oppure soffocanti e autoreferenziali. Adulti perduti, a loro volta, nel proprio baratro di vuoti, insicurezze, crisi personali o coniugali, sempre meno capaci di esercitare quel carisma che nasce dalla passione per le passioni, di erogare un’attenzione competente, fatta anche di tenerezza, di sguardi, di ascolto, di intimità, di scambi, di silenzi intensi. E così, per esorcizzare la propria solitudine, i figli fuggono in massa in una specie di dimensione parallela, una doppia vita sancita dalla dittatura del gruppo dei pari, dai suoi riti obbligatori e sotterranei, dall’esodo in massa nel web.
I giovani rischiano di crescere in una sorta di analfabetismo emotivo. Di chi è la responsabilità?
Un’equazione algebrica, una sinergia diabolica tra messaggi coerenti e omissioni perniciose. Questi ragazzi riproducono in miniatura, con il proprio linguaggio integralista, l’analfabetismo emotivo del mondo che li circonda. Relazioni sociali e valori sfibrati, conformismi, consumismi, rampantismi, esibizionismi, futilità, avidità, bullismi adulti, diffidenza per l’altro, paura della diversità, una bolla forgiata sulla misura esclusiva dei bisogni individuali. Ricevono ogni giorno esempi diretti o subliminali devastanti. Sono stati ridotti spregiudicatamente a un target di consumo da parte dei media, del mercato. Nessuno si è preso cura di loro, nessuno li ha protetti. La sbornia di tecnologie, di stimoli, di informazioni ha amplificato, contaminato, diffuso in maniera incontrollabile. E infine sono diventati invisibili nelle loro trasfigurazioni. Nelle loro solitudini. Rimossi.









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