Milano ordina uccidete Borsellino: il libro e l’intervista all’autore
“La mafia fa comodo ad apparati dello Stato. Come sempre”. Milano ordina uccidete Borsellino: il libro e l’intervista all’autore Alfio Caruso
CONTENUTO - RECENSIONE
Da 17 anni sappiamo che a uccidere Paolo Borsellino fu la mafia. Ma per conto di chi? Di chi non lo voleva procuratore nazionale antimafia? Di chi temeva le sue inchieste sui rapporti tra Cosa Nostra e la grande imprenditoria? Di chi voleva sbarazzarsene per proseguire nella trattativa fra Stato e Antistato? La strage di via D’Amelio è stata fin qui un insieme di domande senza risposte: il pomeriggio dell’attentato in che modo è sparita l’agenda rossa di Borsellino? Dov’era posizionato il misterioso uomo con il timer? Fino a che punto il Sisde è stato coinvolto? Le recenti rivelazioni del boss Gaspare Spatuzza, che ha sbugiardato la ricostruzione ufficiale della mattanza su cui si sono basati tre processi con 47 condannati, e soprattutto le ammissioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, consentono di ridisegnare l’intera vicenda. Allora la minuziosa rilettura di vecchi verbali, le dichiarazioni di antichi testimoni fatti passare all’epoca per inattendibili, l’incrociarsi di vecchie e nuove verità aprono uno scenario rabbrividente dove ciò che appare non è e ciò che è non appare. E sullo sfondo campeggia il Ros (Reparto operativo speciale) dei carabinieri: a che gioco giocava?0 Probabilmente la strage di via D’Amelio rimarrà uno dei tanti misteri insoluti dei quali si nutre la storia italiana. Tuttavia, un dato è certo: Paolo Borsellino è apparso un ostacolo da abbattere ed è stato tradito da qualcuno di cui si fidava. Questo libro vi racconta come e perché.
SCHEDA
Titolo: Milano ordina uccidete BorsellinoAutore: Alfio Caruso
Genere: letteratura italiana ,mafia Editore: Longanesi Anno: 2010 Pagine:256 Lingua: italiano Prezzo: € 15,00 . . INTERVISTA AD ALFIO CARUSO AUTORE DEL LIBRO “MILANO ORDINA UCCIDETE BORSELLINO”
Vi proponiamo di seguito l’intervista ad Alfio Caruso estratta da Informare per resistere:
Se Cosa Nostra non ha partecipato da sola alle stragi in cui hanno perso la vita i giudici Falcone e Borsellino e, soprattutto, se nella strage di via D’Amelio la regia è appartenuta ad una “entità esterna” significa che c’è qualcuno al quale la grande criminalità deve sottostare. A chi deve dar conto la mafia per svolgere i suoi affari illeciti? E a quali regole?
Non si tratta di sottostare, ma d’interessi comuni. Come ho spiegato in ‘Milano ordina: uccidete Borsellino’, Cosa Nostra e i suoi insospettabili soci conclusero diversi affari, dal riciclaggio al traffico internazionale di droga, di armi, di scorie nucleari. E in questi affari erano presenti spezzoni dello Stato, cioè agenti dei servizi segreti. Gli stessi che vediamo incombere a Capaci, a via D’Amelio, nelle stragi del ’93.
Si può dire che Cosa Nostra sia stata trascinata in una strategia stragista diretta da altri?
Si.
Cosa Nostra, a pochi mesi dalle bombe, perde Riina e gli altri leader dell’ala che nel ’92 era al vertice dell’organizzazione mafiosa: verranno arrestati ed inizierà l’era Provenzano. Quale vantaggio ci sarebbe stato, dunque, per i vecchi capi nel tuffarsi in una iniziativa così pericolosa come quella di ammazzare con grandi attentati? Quale la contropartita?
Per convincere Riina a spostare da Roma a Palermo l’eliminazione di Falcone, dev’essergli stato promesso un qualcosa che superasse le immancabili conseguenze dello “spettacolino montato a Capaci”, per usare l’espressione di Provenzano.
Cosa Nostra dopo le stragi è stata colpita sia dalla reazione dello Stato (ad esempio da norme come il 41 bis e la nascita della Dia), sia da fenomeni come il pentitismo, che ne hanno minato la leadership tra le organizzazioni criminali italiane. Secondo lei quanto le stragi hanno contribuito, se hanno contribuito, alla ascesa della Ndrangheta?
Dopo le stragi, il ‘regno’ di Provenzano si è prolungato per tredici anni con un controllo assoluto di Cosa Nostra e dei suoi apparati finanziari. L’ascesa della ‘ndrangheta non si lega, quindi, ai fatti del biennio ’92-’93, bensì alla sua ramificata organizzazione internazionale e alla sua composizione parentale, che ha reso fin qui assai rare le collaborazioni con la giustizia.
Massimo Ciancimino ha rivelato che gli uomini del Ros avevano provato ad intavolare una trattativa con i vertici della mafia attraverso Vito Ciancimino già dopo la strage di Capaci. Borsellino era al corrente di questo contatto? Può essere stata la conoscenza della trattativa e l’opposizione ad essa una delle cause della eliminazione del giudice?
Borsellino qualcosa aveva saputo degli incontri fra Mori, De Donno e Ciancimino, ma non si ha notizia della sua opposizione, per altro scontata. Lui, al pari di Falcone, è stato ucciso per impedirgli di estendere le indagini a Milano.
C’è un altro piccolo mistero legato alle bombe del ’92. Il ministro degli Interni Vincenzo Scotti fu sostituito in occasione di un repentino cambio di governo, a fine giugno ’92, proprio mentre venivano prese misure forti contro la mafia all’indomani della strage di Capaci. Che spiegazione dà Lei di quell’episodio così anomalo? C’è, secondo Lei, un legame con la trattativa?
Fra Scotti e l’antimafia esiste la stessa relazione che passa fra il diavolo e l’acquasanta, assegni lei i ruoli.
Già nel ’92 Falcone parlava di “mafia in Borsa”. Qual è il confine, se è possibile identificarne uno, tra criminalità organizzata e l’alta finanza che provvede a ripulire i capitali illeciti? Dove finisce l’una per iniziare l’altra?
Falcone pronuncia per la prima volta la famosa frase nell’84 allorché si accorge che i Buscemi per salvare l’azienda – Anonima Calcestruzzi – l’hanno ceduta alla Ferruzzi Holding. La ripete poi nel ’91 e infine nel ’92 allorché chi deve capire, capisce e s’inquieta. L’intreccio fra criminalità organizzata e alta finanza risulta per i nostri tempi inestricabile.
Cosa è cambiato dalla stagione delle stragi ad oggi nel rapporto tra i traffici illeciti di stupefacenti e la grande finanza?
Niente.
A distanza di tanti anni si può ancora dire che in meridione c’è la capitale degli appalti e a Milano quella delle tangenti? E quale sarebbe la capitale meridionale?
La frase di Borsellino – “Milano è la capitale delle tangenti, ma la testa sta in Sicilia e la cabina di regia è unica per tutta l’Italia” – è più che mai valida come dimostrano anche le ultime inchieste sui grandi appalti.
A parte i mafiosi che possono vantare denaro e potere, a chi fa comodo oggi la mafia?
Come sempre a spezzoni e apparati dello Stato.









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