“Uomini che odiano le donne”: il successo letterario ora è anche un film
“Io sono un sadico porco, un verme e uno stupratore”
Una premessa. C’è chi andrà a vederlo dopo aver letto il libro e chi, laicamente, senza saperne nulla, anche se è difficile non aver mai sentito parlare di Millennium. Per chi non fa parte degli oltre dieci milioni di lettori della saga in tre volumi creata da Stieg Larsson e pubblicata in Italia da Marsilio, due consigli: il film tratto dal primo episodio, Uomini che odiano le donne, è un thriller che merita. Un po’ lungo, forse, due ore e mezza, ma poteva andare peggio visto che ognuno dei tre volumi sfiora le settecento pagine. Il secondo: leggete Larsson, è una fortuna poterlo fare sapendo di avere ben tre volumi enormi davanti. Chiedete a chi li ha già letti e ora si trova in una crisi di astinenza destinata a non finire vista la morte prematura dell’autore. Per questi ultimi valgono altri discorsi.
Larssoniani si diventa e una volta diventati, il primo adattamento cinematografico, proiettato ieri in anteprima alla Fiera del libro di Torino (nelle sale il 29 maggio), è una cosa maledettamente seria. La più seria, la protagonista, teniamola per ultima. Michael Blomkvist, giornalista d’inchiesta (come Larsson) incastrato da un potente magnate svedese, viene condannato per diffamazione. Viene ingaggiato dal patriarca di una famiglia di industriali per risolvere il caso di una nipote scomparsa quarant’anni prima. Così nel libro, così nel film.
Prima questione: Blomkvist è come ce lo siamo immaginati? L’attore Michael Nyqvist (sembra quasi un’imitazione mal riuscita di un logo famoso) è all’altezza? Anche se nel film mancano alcuni elementi fondamentali del suo carattere (il suo saltare da una donna all’altra con una dolcezza disarmante per esempio), alla fine ci si abitua. Va detto che parte del pubblico femminile è rimasta perplessa. Forse la versione hollywoodiana del film che sembra in cantiere potrebbe prevedere George Clooney e chiudere almeno questo discorso.
Personaggi di contorno. L’avvocato Bjurman, protagonista di due delle scene più violente del film e del libro? Credibile. Erika, la socia di Blomkvist nella rivista Millennium? Meno credibile. La famiglia Vanger, dove si nasconde il mistero della scomparsa della ragazza? Abbastanza credibile. Il lato oscuro della Svezia tra donne scomparse, nazisti e hacker anarchici? Credibile. I tasselli dell’enigma che circondano la ragazza scomparsa e il senso di vago terrore legato a una sua fotografia? Credibile.
Il regista Niels Arden Oplev e il suo lavoro tutto made in Sweden ha superato molti esami. Ma il più difficile ha un nome e un cognome: Lisbeth Salander. E’ il personaggio più inquietante e riuscito creato da Larsson, gli altri due episodi hanno lei al centro. Descritta come magra a sfiorare l’anoressia, con evidenti traumi psichici, tatuata e piena di piercing ovunque, con un contorto ma coerente codice morale, un passato tremendo e un presente da hacker professionista.
Il compito di impersonarla è toccato a Noomi Rapace, 29 anni, sconosciuta anche in Svezia, troppo vecchia secondo i puristi e anche troppo alta. Assomiglia alla Lisbeth che avevamo in mente? Ha quello sguardo che immaginiamo possa avere? E’ pronta ad attraversare la linea d’ombra? Ci mette a disagio pur diventando lentamente l’eroe della nostra storia? La risposta è un semplice sì.
Fonte: Repubblica.it
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