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Saviano in scena a Milano per “abbracciare” i lettori e “uscire dalla solitudine”

Un monologo dedicato a Neda Soltani e Taraneh Moussavi, due giovani vite spezzate dalla repressione del governo di Ahmadinejad

MILANO - Roberto Saviano è solo sulla scena nel suo spettacolo-monologo di un’ora e mezza. In piedi, vicino a un leggio, fa qualche passo, si gira a commentare poche immagini che scorrono sullo schermo alle sue spalle. Impugna un vero Kalasnikov quando deve spiegare al pubblico la storia del fucile mitragliatore che ha ucciso più uomini nella storia dell’uomo. Denuncia la crudele repressione iraniana. Racconta la sua vita blindata, sotto scorta. E tante storie tratte dal suo ultimo libro, La bellezza e l’inferno (Mondadori). Recita un preciso copione. Segue con scrupolo il ritmo, l’intensità, la sintesi, che gli suggerisce la regia di Serena Sinigaglia. Ma in realtà non recita per nulla: interpreta semplicemente se stesso. Accompagnato dalle musiche che sottolineano i passaggi più significativi: Goran Bregovic, Manu Chao, Michel Petrucciani. Al Piccolo Teatro Studio di Milano dal 6 all’8 ottobre e poi nel restaurato Piccolo Teatro Grassi dal 16 al 28 febbraio lo spettacolo La bellezza e l’inferno vede per la prima volta Roberto Saviano nei panni di attore di teatro. Un’esperienza di cui parla con passione nella sala prove al termine dell’ultima messa a punto dello spettacolo.

Roberto Saviano perché il teatro, dopo i libri, la televisione, la carta stampata?
“Perché avevo voglia di far respirare le parole. Avevo voglia di guardare in faccia la gente. Uscire dalla solitudine. Avere un rapporto diretto coi lettori. Voglio che possano guardarmi e che io possa guardare loro. Non è uno spettacolo. E’ una narrazione. Intensa. Non costretta a seguire i ritmi televisivi”.

Cosa vuoi raccontare in questo tuo monologo?
“La bellezza come forma di resistenza. La bellezza che sottrae all’inferno”.

Come nel caso delle due ragazze iraniane, Neda Soltani e Taraneh Moussavi uccise dalla repressione del governo di Ahmadinejad. Mostrerà le loro immagini. Come racconterà la loro vita e la loro morte?
“E’ proprio a loro due che abbiamo deciso di dedicare lo spettacolo. E spiegherò perché. Neda significa voce e Taraneh significa canzone. Neda il 20 giugno 2009 a Teheran stava manifestando contro il governo per i presunti brogli. Era col suo cellulare a riprendere quello che stava accadendo. Il cellulare in quel caso diventa l’unico strumento per provare quello che stava accadendo. Uno strumento pericoloso. Il regime iraniano non vuole ci siano prove. E il cellulare è una prova. E’ una donna, sta manifestando e ha il cellulare. Questi tre elementi la condannano a morte. Il poliziotto che la vede spara e la prende al petto. Lei cade. Il sangue le riempie i polmoni. Le esce dal naso. Tutto il viso si macchia di sangue. Farò vedere il filmato. Un filmato che ha fatto il giro del mondo. E che ha cambiato la storia della percezione di quella manifestazione. Neda smette di essere una manifestante di un paese lontano per diventare un simbolo”.

Taraneh, invece, è un’altra giovane manifestante, particolarmente carina, che viene arrestata, stuprata in carcere e poi bruciata.
“Viene stuprata decine di volte in sette giorni. Lo stupro serve a dire che se manifesti perdi l’onore. Quando la portano in ospedale i medici rilevano i segni evidenti di una violenza estrema. Voglio fare una perizia. Allora la portano via e il suo corpo viene trovato qualche giorno dopo bruciato dalla vita in giù. Una vicenda che mi ha ricordato immediatamente la storia di Gelsomina Verde, una ragazza bruciata a Scampia, durante la faida di Secondigliano, perché non aveva rivelato ai camorristi il rifugio del suo fidanzato”.

Ti sei chiesto perché hanno stuprato e ucciso proprio Taraneh?
“La risposta sta nel suo viso, che mostreremo. Era bellissima, si truccava, si curava. Questo è stato un elemento fondamentale per condannarla. Loro muoiono perché vogliono vivere. Manifestavano per avere una vita migliore. La bellezza e la felicità sono gli elementi che hanno messo paura”.

Porterà in scena un vero e proprio fucile mitragliatore Kalasnikov, lo stesso a fianco del quale ama farsi fotografare Osama Bin Laden.
“Sì. È l’oggetto che più ha ucciso nella storia dell’umana specie. Più della bomba H, più dei carri armati, più della carabina. Qualcuno dice persino più della peste. È il fucile più amato dai guerriglieri. L’invenzione del secolo, fatta dal generale russo Michail Kalasnikov. L’oggetto più diffuso che viene dalla Russia. Philippe Starck lo ha trasformato in una lampada da 1300 dollari”.

Quale riflessione consentirà?
“Voglio affiancare la fotografia di Michail Kalasnikov a quella di un altro personaggio, Alfred Nobel, l’inventore della dinamite. Quando Nobel inventa la dinamite pensa che servirà a scavare gallerie, a emancipare l’uomo dalla fatica delle miniere. Poi in seguito a un’esplosione in cui muore il padre, capisce che verrà utilizzata come strumento di morte. Non si riprenderà più. E il suo diventerà un premio per premiare la bellezza e la verità in ogni disciplina. Il generale Kalasnikov, invece, è tranquillo. La sua opera lo fa sentire orgoglioso. Due casi per riflettere fino dove arrivano le proprie azioni. E fino a dove arriva il proprio genio”.

Fonte: LaRepubblica

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 ott 2009 alle 11:03 ed è archiviato nelle categorie ARTICOLI VARI, Arte e Spettacolo, Autori. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o effettuare un trackback dal tuo sito.

Un commento

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Great posting! I really like the way you are sharing the unique take on this subject. Keep it up!

17 nov 2011 alle 15:25

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  1. ZicZac.it, clicca qui e vota questo articolo!    05 ott 2009 / 11am:

    Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….

    Un monologo dedicato a Neda Soltani e Taraneh Moussavi, due giovani vite spezzate dalla repressione del governo di Ahmadinejad MILANO - Roberto Saviano è solo sulla scena nel suo spettacolo-monologo di un’ora e mezza. In piedi, vicino a un leggio, …

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