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“Noi”, il nuovo libro di Walter Veltroni: quattro generazioni raccontano la storia del Paese

Ai margini della scena politica, Walter Veltroni torna a scrivere: dopo i successi di Senza Patricio (70 mila copie vendute) e La scoperta dell’al­ba (300 mila copie vendute, tradotto in sette lingue), uscirà mercoledi nelle librerie il suo nuovo romanzo dal titolo “Noi“.

La storia è quella di quattro adolescenti, Giovanni, Andrea, Luca e Nina, membri di una stessa famiglia ma appartenenti a quattro generazioni diverse. Attraverso loro, Veltroni ripercorre un periodo storico temporale di oltre ottanta anni, con particolare attenzioni a momenti della storia di particolare importanza per il Paese (il 1943, il 1963, il 1980) fino ad anticipare , attraverso Nina, altri eventi futuri (2025).


Si compie così un viaggio attraverso ricordi, eventi, momenti storici, gioie e drammi del Paese, film e musiche che ne hanno scandito il percorso storico, e nel quale ogni lettore, di qualsiasi età,  potrà in qualche modo ritrovarsi. Si intrecciano  fatti, sentimenti e passioni che collegano la nostra memoria a quella che verrà. Sono voci che vengono da giorni e luoghi perduti, eppure così familiari. Forse perchè quelle voci siamo Noi. La grande Storia passa anche dalle nostre vite, nel breve lasso di tempo che abbiamo per essere spettatori di vicende più grandi di noi. Walter Veltroni raccoglie in un romanzo a più voci un percorso che attraversa quattro generazioni di italiani. Ecco allora i gerarchi fascisti, i voltagabbana e l’incubo nero dell’occupazione nazista attraverso l’album dei disegni del piccolo Giovanni, gli anni del boom fotografati da Andrea, l’eco del terrorismo e della morte di John Lennon fissato sui nastri e sulla cinepresa di Luca, fino alle memorie digitali dell’incerto futuro di Nina.

Così l’ autore: “ricostruire il senso di una mis­sione collettiva. La vita non è mai una questione individuale: senza gli altri, sen­za le dimensione comunitaria, qualsiasi esistenza si sfarina. Insieme all’io, ci sia­mo noi. Così come dobbiamo ricostruire il senso della memoria. Per questo ho scritto un romanzo sulla grande storia na­zionale, sull’identità di un Paese addolora­to, sfortunato, e però straordinario, che vorrei ritrovare”.

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BRANO TRATTO DAL CAPITOLO “1943” (relativo al bombardamento di San Lorenzo)

Pedalare con quel sole era duro. La città sembrava sciogliersi, come l’asfalto sotto i piedi. Sembrava avere la febbre. Il sor Settimio aveva detto, mentre si asciugava la fronte con lo stesso tovagliolo che teneva sul bancone, che eravamo addirittura a quaranta gradi. Eppure Giovanni era felice, con la borraccia verde che il padre gli aveva acquistato da Lazzaretti. Si sentiva molto importante quando si fermava e, come un ciclista del Giro d’Italia, mandava giù nella gola quell’acqua fresca. Quel giorno imitò il gesto che aveva visto fare a Magni una volta. Mise la borraccia sul collo, sotto la nuca, e s’inondò d’acqua. La maglietta gialla si infradiciò. Ma lui si sentì appagato. Attraversata la piazzetta sul retro della sua casa, svoltò in via del Portico d’Ottavia e proseguì per via della Reginella. Erano bellissime quelle strade con i calzolai e i cordari che lavoravano all’aperto, la gente che si chiamava da una finestra all’altra, le voci che echeggiavano nell’aria. Raggiunse piazza Mattei.

Si fermò a guardare per un attimo la fontana delle Tartarughe e pensò a quella delle Rane, nel quartiere dove lavorava suo padre. Imboccò via dei Funari e poi via Caetani. Arrivò in via delle Botteghe Oscure, con il grande palazzo del Fascio sulla destra. In piazza Venezia gettò uno sguardo al balcone. Davanti a Santa Maria di Loreto staccò una mano dal manubrio, la sinistra, per farsi il segno della croce. Via Panisperna, Santa Maria Maggiore e finalmente a destinazione. Aveva fatto tante altre volte delle commissioni per la mamma. Sapeva che in tutto erano meno di tre chilometri e che in quasi mezz’ora si arrivava. La zia Carla abitava in via Leopardi, all’angolo con la piazza. Di quel poeta Giovanni aveva studiato a scuola versi che gli erano sembrati bellissimi. Ci aveva pensato la sera prima, mentre provava a disegnare la città al tramonto. Gli venne in mente il professore che li scandiva passaggiando tra i banchi e pretendeva che i ragazzi declinassero: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte». Ora ripetete. Giovanni e Mario, che stavano nella stessa posizione di banco ma in file opposte, si erano guardati e avevano sorriso mentre declamavano anche gli altri versi.

Aveva ripetuto la poesia fra sé e sé fino al «naufragar m’è dolce in questo mare», scandendola due righe per due, dall’inizio di via Leopardi all’angolo con piazza Vittorio, dove c’era il palazzo della sorella della mamma, al numero 54. La portinaia, china sulle ginocchia, stava pulendo le scale. Giovanni sentì che la zia scendeva dall’appartamento al primo piano. Lo aveva visto arrivare dalla finestra e salutato con un gesto della mano per dirgli di aspettarla in strada. Si scusò con la custode, superò lo scalino dove la donna lavorava e si avvicinò a Giovanni. Aveva in mano un grande pacco. Diede un bacio al nipote e gli porse la farina. Fu in quel momento, in quel preciso momento, che Giovanni sentì quei due suoni. Non sarebbe mai riuscito a ricordare quale dei due squarciò l’aria per primo. Se il sibilo della sirena o lo scoppio delle bombe. Il pacco della farina volò in aria, per la paura o lo spostamento d’aria, e ricadde sul marciapiede.

La portinaia aveva cominciato a urlare e la zia Carla aveva trascinato Giovanni nella casa della donna. Era un ambiente piccolo; una bambina, avrà avuto due o tre anni, piangeva e strillava, mentre la nonna, una vecchia piegata su se stessa, sussurrava «Gesù, Giuseppe, Maria». Le bombe si sentivano nitidamente, precedute da un fischio terribile. Giovanni pensò ai suoi. Gli scoppi sembravano vicini. La zia diceva: «Stanno bombardando la stazione». Se era così, dovevano essere tutti in salvo. Il papà al quartiere Coppedè, i fratelli ai Mercati generali, la mamma a Palestrina.

Ma se invece fosse stato un bombardamento a tappeto? Se gli americani avessero deciso di radere al suolo Mussolini e Palazzo Venezia? Carla urlava che gli americani avevano avvertito, la notte prima avevano lanciato dei volantini per dire ai cittadini di andare via ma i fascisti li avevano fatti sparire. Le bombe cadevano come neve, un fiocco pesante dopo l’altro. Tra un ciclo di scoppi e l’altro c’erano delle pause. In una di queste la zia disse che doveva andare a prendere Lucia, la figlia, che era da un amichetto a giocare. Era dalla parte opposta al rumore dei bombardamenti ma chi poteva sapere dove potevano arrivare? Si raccomandò che Giovanni l’aspettasse lì. Sarebbe tornata in un quarto d’ora, venti minuti al massimo. Lui ubbidì e rimase in quel piccolo appartamento, pieno di gente perché era al piano terra e dunque considerato sicuro.

Tutti urlavano, qualcuno piangeva. Entrò un uomo, gli occhi fuori dalle orbite. «Stanno bombardando San Lorenzo, la stanno distruggendo». Ognuno allora gridò il nome di un parente, di un amico che stava al di là della ferrovia. Giovanni pensò a Mario, al suo amico Mario. Lo pensava là sotto, lo immaginava morto. No, che scappava, no, che aveva perso i suoi ed era solo. Il ragazzo aspettò ancora un poco. Ogni tanto qualcuno usciva ma sentiva troppo vicino lo scoppio delle bombe. E allora rientrava dando notizie sempre più allarmanti: «Si vede una nuvola alta un chilometro», «No, se ne vedono due, tre, mille». La zia non tornava, forse bloccata dagli scoppi, e allora Giovanni decise. Decise che non poteva lasciare Mario solo. Approfittò di un momento di confusione e uscì. Nessuno se ne accorse. Prese la bicicletta, che era tutta bianca di farina. Osservò il pacco dissolto a terra e pensò che delusione sarebbe stata per la madre vederlo tornare a mani vuote. Entrò nel giardino di piazza Vittorio. Qualcuno, sotto i portici, gli urlò: «Dove vai disgraziato?». Ma lui si fidava di se stesso. Sapeva che stava facendo qualcosa di rischioso. Ma sapeva anche che stava facendo qualcosa di giusto. Sarebbe stato prudente, ma doveva andare.

Fonti: Ilmessggero, Webster.it

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SCHEDA LIBRO

http://www.libroweb.it/libri/letteratura/letteratura-italiana/libri-noi

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Questo articolo è stato pubblicato il 23 ago 2009 alle 11:48 ed è archiviato nelle categorie Novità 2009. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o effettuare un trackback dal tuo sito.

9 commenti

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