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La libertà delle minoranze religiose : la tesi di laurea di Ciampi diventa un libro

È difficile, nel leggere la tesi di laurea in giurisprudenza che Carlo Azeglio Ciampi discusse all’università di Pisa, laureandosi nel luglio del ‘46 con 110 e lode, tesi ora pubblicata col titolo La libertà delle minoranze religiose (Il Mulino, pp. 175, euro 15), non prestare particolare attenzione alla personalità del giovane autore. Ci accompagna nella lettura una curiosità: quanto era già maturo Ciampi all’età di 25 anni? Da poco aveva fatto il suo ingresso in Banca d’Italia («non per vocazione, ma per casualità», come egli stesso poi scrisse: il caso è talvolta lungimirante): quanto c’era già in lui del personaggio che, al culmine della sua carriera pubblica, ha portato l’Italia nell’euro, ha rilanciato il prestigio della Presidenza della Repubblica, ha rinnovato nell’animo della gente un senso di italianità che sembrava quasi spento?


Per la verità la domanda è un po’ ingenua: per la sua generazione tali e tante erano state le prove da affrontare, da rendere ovvia la risposta. Fin dalla dedica di questo libro («Al mare di Livorno, di cui sono figlio - Alle montagne d’Abruzzo, che mi hanno adottato»), è sintetizzata la storia della sua formazione. Livorno, «luogo da sempre crogiuolo di mille diversità», non poche delle quali «avevano radici nella diversità di credo religioso»; e l’Abruzzo, che l’accolse e protesse dopo il rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò, fino al momento di affrontare l’arduo superamento del fronte per riprendere servizio a Bari nell’esercito italiano.

In quei mesi alla macchia, «la totale mancanza di riferimenti istituzionali fu tale che nell’animo di un giovane poteva accelerare il processo di maturazione della coscienza». In ciò la sorte lo aiutò, facendogli ritrovare, nel suo rifugio di Scanno, l’antico professore Guido Calogero, condannatovi al confino. Calogero gli insegnò «come il principio cristiano dell’amore verso il prossimo si inverasse nel rispetto pieno, incondizionato, dell’alterità, presupposto di ogni libertà, civile, politica, religiosa». La sua educazione di credente e di liberale era a quel punto già compiuta, per la vita.

Ciampi scelse non a caso la sua tesi (La libertà delle minoranze religiose nel diritto ecclesiastico italiano): si era alla vigilia di una Assemblea Costituente che avrebbe dovuto affrontare fra i suoi temi più ardui proprio quello del rapporto fra Stato e Chiesa nella rinata democrazia repubblicana. In proposito, il giovane laureando in legge (dopo una laurea in lettere alla Normale di Pisa, con una tesi dedicata a un oscuro scrittore dell’antica Grecia), aveva già idee chiare e vigorose. Era ancora un attivista del Partito d’Azione; giudicava criticamente il Concordato del 1929; auspicava che i problemi religiosi venissero affrontati con spirito di compromesso, ma «animati da un sincero sentimento di religiosità, di quella religiosità che negli spiriti nobili aleggia al di sopra di ogni confessione religiosa».


Con queste belle parole si concludeva la sua tesi. Nel ripubblicarla, Ciampi non nega che fossero allora già maturati in lui «ideali e valori ai quali conformare la mia visione della vita». Anche per questo ha ceduto all’insistenza di alcuni amici affinché pubblicasse questo testo giovanile: in un tempo della vita in cui è dolce ritornare alle origini della propria personalità, e ritrovare le fonti prime dei propri principi, le ragioni stesse della propria esistenza.

È quasi con tenerezza che gli amici, leggendo questo vecchio testo, scopriranno che nel Ciampi di quell’immediato dopoguerra c’era già tutto Ciampi. Sapeva già, nella sua identità livornese, che «convivere e familiarizzare con genti diverse per nazionalità, religione, etnia, si può, ed arricchisce». Nella preparazione della tesi, lo assistettero anche l’allora rabbino di Livorno, padre dell’amico di una vita Elio Toaff, e un giovane e battagliero pastore valdese. Ma quante letture, quante dotte citazioni! Ciampi era già un gran lavoratore. E un autodidatta nato. Quando, da capo dell’Ufficio studi della Banca, corresse alcuni passaggi sbagliati di un testo statistico del grande Baffi, alla domanda, un po’ piccata, «con chi avesse dato statistica», dovette rispondere: «Con nessuno. Non ho mai dato in vita mia un solo esame di economia. Ma ho molto studiato!».

Scrivendo la sua tesi, Ciampi aveva anche già molto vissuto. Nelle drammatiche giornate abruzzesi, in cui vi fu «una totale mancanza di riferimenti istituzionali», come poi Ciampi ha scritto, «ciascuno di noi si interrogò sul senso del proprio far parte di una collettività nazionale… In quei giorni la Patria rinacque, nella nostra coscienza». Non stupiscono i tanti riferimenti del testo ai padri della patria risorgimentali, padri altresì della libertà religiosa nel Regno, primo fra tutti Cavour. Furono quegli antichi principi che lo condussero a una serrata critica del Concordato del ‘29, che conteneva gravi rinunce al principio della laicità dello Stato, fino all’impegno di allontanare da ogni pubblico impiego i sacerdoti apostati: un passaggio del Concordato che aveva profondamente indignato il giovane Ciampi, e che scomparirà soltanto dal nuovo Concordato craxiano del 1984.


Il testo della tesi ciampiana, accompagnato da precisi interventi di Margiotta Broglio, Casavola e Gianni Longo, è tanto denso di riflessioni quanto è chiaro nelle convinzioni e nei giudizi. La profondità della sua fede religiosa, sempre professata, mai sbandierata, si accompagna già a un’eguale profondità di fede nella libertà. Nella sua anima questi valori non furono mai in conflitto. E i principi maturati negli anni della giovinezza gli concessero, come ben sa chi ha lavorato al suo fianco, il dono prezioso della serenità dello spirito.

Fonte: Lastampa.it

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ago 2009 alle 08:27 ed è archiviato nelle categorie Novità 2009. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o effettuare un trackback dal tuo sito.

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