L’amore ai tempi dei lager: un romanzo epistolare
Come sopravvive e si alimenta il sentimento di due giovani divisi dalla follia del regime fascista. Un intenso carteggio per raccontare una storia d’amore senza tempo.
Una persona «che diventa eroe in modo normale, per coscienza civile, come un atto inevitabile». Basterebbero queste poche parole, tratte dalla prefazione di Vittorio Gregotti, per rendere in parte anacronistico, affascinante e commovente il personaggio di Gian Luigi (Giangio) Banfi, uno dei quattro fondatori del noto studio d’architettura Bbpr, antifascista, militante del Partito d’Azione, arrestato a Milano il 21 marzo 1944, morto a Mauthausen il 10 aprile dell’anno dopo, a soli 35 anni.
Oggi il figlio Giuliano pubblica le lettere che suo padre e sua madre Julia si scambiarono tra l’aprile e il luglio del 1944, mentre lui era internato nel campo di Fossoli, incerto sulla piega che avrebbe preso il proprio futuro. Quando seppe che l’avrebbero trasferito a Bolzano (da lì poi fu mandato in Germania), Banfi prese tutte le lettere che la moglie gli aveva mandato e gliele restituì ultilizzando lo stratagemma di cucirle nella fodera di un soprabito.
Il libro (Amore e speranza. Corrispondenza tra Julia e Giangio dal campo di Fossoli aprile-luglio 1944, Archinto, pp. 160) assume così la consistenza di un autentico romanzo epistolare (in circostanze simili, di solito si dispone di una sola voce). Dall’intenso carteggio viene fuori una storia d’amore che si alimenta della meravigliosa affinità fra i due. «La campagna qua attorno è così bella - scrive Julia il 3 maggio - stamattina con la nebbia sembrava uno scenario per una commedia italiana del ’500. Malgrado tutto, vedi, io sono sempre ugualmente desiderosa di apprezzare quello che di buono c’è anche in questa difficile vita…». La difficile vita, col passare dei giorni, si fa sempre più difficile. «Tu mi hai così capito - scrive Giangio un mese dopo - che non occorre ti scriva: sai già tutto, hai intuito tutto. Non leggere, non pensare, non scrivere, non lavorare, ecco la nostra condanna (degli internati nel campo, ndr). Il fisico è sano e continua normalmente a funzionare, ma lo spirito poco a poco si avvelena».
«In tutto il carteggio - annota il figlio Giuliano - pur nelle più grandi difficoltà e nei momenti più drammatici, non v’è traccia di recriminazioni o d’incertezze riguardo all’aver scelto la strada giusta…». Una strada «moralmente» giusta, che non scade nella retorica, che non si abbandona a vuoti ideologismi (è certo contro l’ideologia dei comunisti suoi compagni di prigionia questo commento duro in una lettera di Giangio datata 31 maggio: «… li considero degli amorali, innamorati della tecnica politica, disposti a sacrificare gli uomini a un uomo-tipo…»), una strada da percorrere perché necessaria. Questa necessità della rettitudine, tanto condivisa da non dover neppure essere detta, è il cuore del rapporto tra Julia e Giangio Banfi. E la ragione per cui varrabbe davvero la pena di rileggere le loro parole. Oggi.









Scrivi una risposta