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Giorgio Faletti racconta “Io sono Dio”: non si riferisce né a me né a Berlusconi

«E’ un thriller duro e puro, torno al mio vecchio amore»

«Sono soddisfatto di come è venuto, ma che fatica». Appare provato Giorgio Faletti alla presentazione del suo ultimo libro, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai, pp.528, euro 20,00) , alla galleria Alberto Sordi a Roma. Ma non è il caldo che bracca la Capitale bensì la ricerca d’ispirazione che l’ha portato a stare in Vietnam prima, a New York poi.

«Ho scritto una parte del libro in un periodo in cui la salute non era al cento per cento. Ci sono stati momenti a New York in cui mi guardavo allo specchio e mi chiedevo: ma dove cavolo vuoi andare?» e sorride. Davanti a qualche centinaio di fans e curiosi lo scrittore esordisce sul palco con una battuta: «Innanzitutto voglio precisare – dice riferendosi al titolo del libro – che non si tratta di una biografia di Berlusconi né di una mia autobiografia. Sono sempre onorato quando qualcuno abbandona Carlo Conti e l’eredità o chi vuol esser milionario per venirmi ad ascoltare».

Poi racconta qualcosa del thriller appena uscito: «Sono tornato al mio vecchio amore, il thriller duro e puro. I protagonisti sono due persone comuni che un pochino si sono perse e nel corso dell’indagine riescono a ritrovarsi. Una giovane detective del 13° distretto di New York e un reporter dal passato turbolento alla caccia di un terrorista psicopatico con il vizio di far esplodere palazzi. Per l’ambientazione mi sono ispirato alla guerra del Vietnam, la guerra curiosa e nefasta della mia adolescenza che non ha creato eroi ma soltanto vittime».

Quando un signore in prima fila accenna «lei ha dato la colpa della guerra all’America…» Faletti non gli fa concludere la domanda: «Non siamo qui per parlare di storia – taglia corto – se è venuto per farci vedere quanto conosce quei fatti ci fa piacere ma non è di questo che siamo venuti a discutere».

Faletti “uccide” chi gli pone le domande sbagliate. Anche il secondo intervento del pubblico non è troppo piacevole: «Ha detto che si è preso una vacanza prima di scrivere questo libro – dice un signore – non se ne prenda più per favore». Poi tutto scorre liscio, Faletti si rilassa, risponde alle domande e concede autografi.

Perché nessuno ha mai girato un film su uno dei suoi libri?
«Lei non gira un coltello nella piaga ma una sciabola. I diritti sono stati venduti ma non si vedono film all’orizzonte. Sull’ultimo i diritti sono stati venduti in America, magari postumo un film su qualcosa scritto da me riesce ad uscire» e ride.

Quanto spaventa la tiratura annunciata dall’editore?
«Spaventa abbastanza. Forse però più l’editore che si trova sommerso da tutta quella carta. Diciamo che io poi alla fine una volta finito il libro il mio l’ho fatto. Sono convinto la fortuna rimanga una componente fondamentale».

Lei è un grande tifoso della Juventus, Ciro Ferrara nuovo allenatore?
«A sì? Sono tre giorni che giro come un cammellino, dove mi siedo m’addormento perciò neanche lo sapevo. Comunque era nell’aria, non c’era bisogno di avere doti medianiche per capire che prima o poi Ranieri sarebbe stato mandato via. Ferrara nuovo allenatore della Juventus? Com’era il jingle? Talmente buona».

Lei viene dal teatro. Cosa c’è di teatrale in questo libro?

«Molto, c’è molto cinema anche perché è una mia tecnica quella di visualizzare prima le cose e poi scriverle in un secondo tempo. E’ una traduzione di immagini che io credo nella mia testa».

E’ vero che ci sono maggiori elementi comici in questo thriller?

«Semplicemente uno dei personaggi con un comportamento molto scanzonato. Una persona che dietro una parvenza di umorismo manca un forte disagio».

Ha mai pensato di scrivere scenografie?

«Non mi diverte molto. A me piace usare la parola per descrivere. Con una sceneggiatura la parola la lasci al regista. Dovessi essere io il regista potrebbe avere un senso, ma dato che per natura sono un pigro e fare il regista comporta una serie di inconvenienti tra cui essere il parafulmine di tutte le sfighe del set, allora preferisco chiamarmi fuori. Mi sento fortunato, preferisco non cercarmi ulteriori grane».

Sicuro che il titolo non sia autobiografico?

«Assolutamente no. Ci tengo a precisare che neanche Io Uccido lo era, infatti nessun poliziotto è venuto a prendermi a casa. Io sono Dio è sinonimo di pazzia, onnipotenza pura e pazzia pura che calza a pennello al personaggio del mio libro».

Fonte: Ilmessaggero.it

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Questo articolo è stato pubblicato il 21 mag 2009 alle 10:24 ed è archiviato nelle categorie ARTICOLI VARI, Autori. Puoi seguire i commenti a questo articolo tramite il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o effettuare un trackback dal tuo sito.

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