Non so che viso avesse: il libro e l’intervista a Francesco Guccini
Francesco guccini si racconta nel libro “Non so che viso avesse” e in una intervista rilasciata a Panorama.it
Oggi parliamo con e di Francesco Guccini e del suo libro autobiografico scritto insieme al poeta e amico Alberto Bertoni “Non so che viso avesse“. Francesco Guccini, fra gli esponenti di maggior rilievo della scuola di cantautori italiani, è prima di tutto un’ artista a 360 gradi; i testi dei suoi brani vengono spesso assimilati a componimenti poetici, denotando una familiarità con l’uso del verso tale da costituire materia di insegnamento nelle scuole come esempio di poeta contemporaneo. E Bertoni, infaticabile esegeta dei suoi libri, riporta uno spaccato di storia del “Guccio” attraverso le sue primissime inediti canzoni, gli suoi articoli di quando era giornalista alla Gazzetta di Modena. E Guccini, da parte sua, nel libro si racconta in toto: le radici, la famiglia, il mulino, i nonni e i bisnonni. Pavana, luogo mitico della geografia dei suoi fan. E la locomotiva. E la piccola città bastardo posto, la mia America e la sua, e lui che come in un libro scritto male si era ucciso per Natale. Versi che oggi si studiano nelle scuole e hanno fatto dì Guccini sia un classico sia un poeta contemporaneo. E poi ancora la vita, gli amori, la politica, il vino, le sigarette che ha smesso di fumare e dice di non riuscire più a scrivere e cantare.
SCHEDA LIBRO
Titolo: Non so che viso avesse Autore: Alberto Bertoni, Francesco Guccini Genere: biografia Editore: Mondadori Anno: 2010 Pagine:228 Lingua: italiano Prezzo: € 18,00 .
Vi riportiamo di seguito un’ intervista di Silvia Tomasi a Francesco Guccini estratta da Panorama.it :
Guccini, quali sono i modelli e i miti che costruiscono il suo “ritratto dell’ artista da giovane”?
Innanzitutto, e su tutto, l’America. Era il mito. Noi leggevamo libri americani, ascoltavamo musica americana, guardavamo film americani. Sapevamo quasi a memoria Caldwell, Hemingway, Doss Passos e Steinbeck, molti di questi testi li leggevo alla biblioteca dei postelegrafonici di Pàvana. Ma l’innamoramento vero era già avvenuto nell’autunno del ‘44, durante la guerra, quando sulla Linea Gotica erano arrivati gli americani in carne e ossa.
La sua autobiografia è anche una saga di famiglia che rievoca antiche faide. Ad esempio quella con la famiglia di Enzo Biagi…
Il mio cinquecentesco progenitore Guccino era originario di Montagù, ossia Montacuto delle Alpi, un bellissimo paesino arroccato sul crinale appenninico sovrastante Pianaccio, il paese dei Biagi. Un certo Biagio Biagi uccise tal Tognarello Guccini e da lì iniziò una faida tra le due famiglie che si protrasse a lungo.
Dalle radici pavanesi all’infanzia modenese: con amici come Victor Sogliani e Alfio Cantarellla della nascente Equipe 84, o Bonvi, lo stralunato fumettista delle Sturmtruppen. Che cosa c’era di speciale nella Modena di quegli anni?
Non saprei dire, eravamo degli adolescenti nati attorno alla via “Emiglia”, mi raccomando: col gi elle come si dice da quelle parti!- che avevano scoperto il jazz e il rock and roll. Suonavamo nelle balere e ci divertivamo a fare scherzi terribili. Allora non pensavo che avrei fatto il musicista, tanto meno il cantautore di professione. Sognavo di diventare scrittore o almeno giornalista, e per un periodo lavorai come precario alla Gazzetta dell’Emilia, dalla quale ebbi anche il privilegio d’essere licenziato e poi riassunto nel giro di dieci minuti.
Quale molla la spingeva al giornalismo?
La reazione a quello che un mio insegnante, il maestro Paltrinieri, aveva dichiarato platealmente a mio padre : “Cosa vuole fare suo figlio? Lo scrittore? Se lo scordi: è un cane!”. Nemo propheta in patria est.
E veniamo all’apprendistato nelle balere: altroché eskimo e maglioni da pecatore! Si favoleggia che la sua prima apparizione come cantante-musicista sia avvenuta con una giacca a lustrini, un autentico prodigio del kitsch. O mi sbaglio?
Alt, si fermi: rimettiamo le cose a posto. La famigerata giacca con i lustrini ce l’aveva addosso Alfio Cantarella. La mia, se permette, era a pagode orientali.
Dalle balere modenesi alle osterie di Bologna: una carriera ad alta gradazione alcolica, oppure solo rosé, come insinua il suo amico Ligabue?
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Sappia comunque che anche il mio compenso per la partecipazione a Radio Freccia, il film del Liga, me lo sono fatto versare in vino, presso una fidata bottiglieria di Bologna dalla quale ho continuato a prelevare a lungo.
Genio e sregolatezza: quasi un cliché per un cantautore. Ma quali sono stati i modelli del giovane Guccini che, più o meno all’età del servizio militare, scrive canzoni come L’antisociale, Auschwitz e Dio è morto?
Amavo innanzitutto i francesi: Georges Brassens e Jacques Brel, il suo Ne me quitte pas fu un’esperienza sconvolgente. Poi ecco irrompere Bob Dylan. Ci ha spalancato le porte della contestazione studentesca e della canzone di protesta, influenzando molto il modo di comporre di quel periodo: eravamo dylaniani fino al midollo.
Poi Guccini è diventato Guccini. Ossia un caposaldo della canzone d’autore e un mito transgenerazionale…
In effetti, se oggi il numero di aspiranti cantautori è impressionante, io e De André qualche responsabilità ce l’abbiamo…
Ma non c’è solo il Guccini cantautore: da Croniche epafaniche a Vacca d’un cane, da Cittanova blues ai gialli scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli, anche il suo giovanile sogno di scrittore s’è più che mai realizzato. C’è qualche nuova sorpresa in arrivo?
Sto lavorando con Loriano a un giallo appenninico, protagonista una guardia forestale.
Fonte: Panorama.it









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